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Umberto Palermo

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Umberto Palermo nasce nel 1952 a Sambuca di Sicilia (AG). Per il periodo dal 1968 al 1978 si trasferisce a Ribera (AG) dove conosce alcuni ragazzi con l’hobby della fotografia, a cui anch’egli si appassiona. Sempre in quel periodo fa le prime esperienze di sviluppo di foto con ingranditore artigianale ma, visto l’elevato costo del materiale, è costretto ad abbandonare la pratica di tale hobby.

Nel 1987 si trasferisce definitivamente a Pieve Emanuele (MI), dove tuttora vive e lavora come Operatore Shiatsu. In questi anni a Milano non dimentica mai le sue origini, Sambuca e la vecchia passione per la fotografia.

Nel 2003, navigando su Internet, s’imbatte involontariamente su un sito denominato “www.valledelbelice.net” e scopre che a gestire il sito è un suo amico d’infanzia, Franco Alloro. Così iniziano i contatti tra i due  e presto Umberto si lascia coinvolgere di nuovo dalla passione per la fotografia, ora digitale.

Nel 2004 conosce a Milano un gruppo di fotografi di strada, e lì scopre la vera passione per il Reportage Sociale, cui inizia a dedicare tutto il suo tempo libero.

 

Socio U.I.F. dal 2004-usa una macchina fotografica reflex digitale Nikon D70.  

 

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Giuseppewrote:
Umbero rispondimi. ciao Giuseppe
Oct. 12
No namewrote:
Umberto poggia i piedi per terra.
Oct. 10
June 02

le mie origini Sicule Sambuca di Sicilia (AG)

 

Sambuca di Sicilia (AG)

 Per riuscire a leggere la geografia storico-culturale dell'odierna Sambuca di Sicilia (Ieri Zabut), occorre distinguere alcuni momenti storici  tenendo altresì presente quello preistorico.
PREISTORIA
Il periodo preistorico, meglio sarebbe dire, protostorico, nel territorio sambucese, è caratterizzato dalla presenza degli Elimi che fondarono Elima ed Entella, e dei Sicani che spinsero i primi verso la parte Nord-Ovest dell'isola. Basamenta di capanne preistoriche di quest'epoca si trovano nelle adiacenze della zona archeologica di Adranone. Si tratta  di resti costituiti da massi di pietra calcarea e di utensili primitivi. Si presume risalgano al periodo anteriore al VII secolo a.C., al tempo cioè in cui ha inizio la penetrazione greca in Sicilia.
Greci e Punici
Con la penetrazione fenicia il territorio sambucese si affaccia alla storia.
Nella zona archeologica di Adranone le alterne vicende tra coloni greci e commercianti e colonizzatori cartaginesi si rivelarono intersecate attraverso  i ricchi e numerosi reperti sino ad oggi portati alla luce. Adranone scompare dalla storia con la sua distruzione avvenuta con l'ultima guerra servile nel 103/105 a.C. ad opera degli eserciti romani.
Gli Adragnini in Adragna
 
Distrutta Adranone gli abitanti supestiti fondano una nuova città più a valle  cui danno nome di Adragnus (oggi Adragna) per ricordare la loro città di origine. Adragnus originariamente fu un borgo rurale pressoché ignorato dai Romani. Nel periodo paleocristiano fu evangelizzato e divenne una comunità cristiana. Vi sorsero successivamente sul finire del primo millennio, delle imponenti chiese. Si ha notizia certa di tre luoghi di culto dedicati a San Vito martire, a San Nicolò di Bari e alla Madonna Bambina.
Un ruolo importante lo ebbe la presenza di San Vito di Lilibeo.
Il santo della Sicilia occidentale che convertiva sia uomini che animali. Non è blasfemo ricordare che San Vito, oltre che predicare il nuovo Verbo, aveva il dono di trascinarsi appresso i fedeli amici dell'uomo: i cani.
Il culto verso questa divinità era tanto caro agli schiavi. "Il sacrario dei suoi templi era affollato di cani" (J. Berard: "Storia delle Colonie greche dell'Italia meridionale"), ci cui Adrano era protettore. Di tali espressioni di culto, i cittadini di Adrano saranno stati memori quando si convertirono al Cristianesimo. Con molta probabilità, molto verosimilmente, preferirono sostituire Adrano con un martire cristiano conterraneo, san Vito di Mazara.
Ancora tutt'oggi il culto di san Vito ha profonde radici nella Chiesa Lilibea.
La tradizione vuole che, Vito di Mazara, giovinetto cristiano, era tanto bello e possedeva, per la sua santità, un tale fascino che si trascinava appresso tutti i cani che stavano a guardia dei templi pagani e lo servivano difendendolo dai nemici che cristiani non erano.
Data la prossimità di Mazara al territorio di Adranone, molto presumibilmente, San Vito, in una delle sue numerose peregrinazioni, si è spinto sino ad Adranone, considerato che là esisteva un culto particolare verso il dio pagano dei cani, ed ha operato il prodigio di trascinarsi dietro quella turba di devoti animali, contribuendo alla conversione dei cittadini di Adranone al Cristianesimo emergente.
Nel periodo saraceno questa comunità restò chiusa e limitata ai rapporti con gli arabi che, costruita Zabut più a Sud nel cuore della vallata, pretesero dai cristiani di Adragnus il pagamento della "Gesia", un tributo che veniva fatto pagare ai cristiani per potere professare senza noie la propria fede con atti liturgici e culto pubblico.
Zabut - 830 d.C.
Zabut, l'odierna Sambuca, fu fondata dagli Arabi intorno all'830, qualche anno dopo il loro sbarco in Sicilia.

Circa l'etmologia del nome "Zabut" esistono varie interpretazioni. Leonardo Sciascia scompone l'attuale nome Sambuca in as-Sabuqah e lo interpreta "luogo remoto".
Il salotto sambucese della metà dell'800 fu indeciso tra due interpretazioni: Sambuca, da Zabut, strumento musicale a corde  di forma triangolare e macchina da guerra da "sambukie". Infine, Vincenzo Navarro l'animatore del "salotto", decretò che "Sambuca", "Zabut", non è altro che un'"arpetta". Il Navarro, però, commise l'errore di mettere insieme due sinonimi per ridare un nome ad una cittadina fino allora chiamata "La Sambuca" e da allora sino al 1928 Sambuca Zabut; nel '28 infatti Mussolini cancellò Zabut e la specificò regionalmente aggiungendo "...di Sicilia".  L'interpretazione più storicamente ed etmologicamente perfetta ci sembra sia quella che ricaviamo dal documento di Guglielmo II, detto "Il Buono", datato 1185 con il quale si donava alla Chiesa di Monreale la "Chabuta seu Zabut".
Appare chiaro che "Chabuta" - spendida - in questo documento vuole essere una specie di esplicitazione di Zabut o Zabùt, un'esplicitazione di Chabuta. Il che è avvalorato dalla congiunzione disgiuntiva latina "seu", ovvero.
Ma perchè Zabut? La tradizione popolare e la leggenda indicano quale fondatore di Sambuca l'Emiro Al-Zabut, un seguace dell'ascetico conquistatore maghrebino Ibn Mankud l'"Ardente guerriero della fede", signore indipendente delle Kabyle di Trapani, Marsala e Sciacca che guidò le truppe d'assalto dell'Afrfriyqal alla conquista di Castrogiovanni, Val di Noto e, dopo lungo assedio, alla presa di Siracusa, allora capitale bizantina dell'isola.

Secondo questi dati l'Emiro AL-Zabut partecipò come giovane guerriero alla conquista della testa di ponte di Mazara ed ebbe ruolo di rilievo nei combattimenti di Girgenti e Castrogiovanni, guadagnandosi per il suo valore l'appellativo "Al-Chabut" - lo splendido - che trasmise alle terre da lui conquistate.
 Zabut fu abitata da popolazione islamica fino al tredicesimo secolo fino a quando si ribellò alle operazioni di consolidamento imperiale ordinate da Federico II che costruì il Castello di Giuliana da usarsi come quartiere generale per la soluzione della "questione saracena" in Sicilia, voluta dal Papa. Zabut resistette per due anni. La resistenza fu stroncata nel 1225 e la strage fu totale.
Sambuca conserva ancora le tracce di questa sua matrice islamica nel "quartiere arabo", costruito da un impianto urbano che si sviluppò attorno a sette "Vicoli saraceni", trasformati  in un museo vivente di storia arabo-sicula e nella fortezza di Mazzallakkar sulle sponde del lago Arancio che viene sommersa ogni qualvolta s'innalza il livello del Lago. La cultura, le tradizioni popolari, i modi di esprimersi degli abitanti di sambuca testimoniano di questa origine storica. La cittadina-fortezza di Zabut, dopo l'eccidio e la deportazione dei superstiti saraceni, fu lentamente ricostruita. Gli arabi convertitisi al Cristianesimo per paura o per convinzione e i cristiani di Adragnus convissero insieme pacificamente.
Gli Adragnini a Zabut - 1411
Distrutta nell'autunno del 1411, sul finire dellla lunga guerra di successione al Regno di Sicilia, la cui protagonista fu una do
nna, Bianca di Navarra, gli Adragnini si trasferirono nella fortezza di Zabut, risparmiata alla distruzione per l'eroica resistenza opposta all'assedio dei seguaci del Barone di Modica e per l'imponenza delle sue fortificazioni.
Avviene così che il primitivo impianto urbano della parte settentrionale di Zabut, costituito da un'acropoli e da un quartiere di viuzze, incomincia ad ampliarsi verso le propaggini della collina.
Dal XV al XIX secolo, La Sambuca conosce alterne vicende: prosperità e pestilenze, benessere e miseria, splendore e terremoti. Nonostante tutto La Sambuca progredisce. Sorgono nuovi quartieri, si allarga la cinta delle mura, vengono costruiti palazzi baronali e signorili, chiese, monasteri, conventi. Da baronia la Terra della Sambuca viene promossa con privilegio di Filippo II - Madrid 15 novembre 1570 - a Marchesato. Il quale, il 16 settembre 1666, passa, a causa di un matrimonio, ai Beccadelli di Bologna assurti successivamente al rango di Principi con il Principato di Camporale.
Il titolo viene a tutt'oggi detenuto dagli eredi. Tra i Principi Marchesi della Sambuca, i più celebri furono Don Pietro - 1695/1781 - e il figlio Don Giuseppe - 1726/1813.
L'800 si presenta nella Sambuca ricco di fermenti culturali. Si forma in quegli anni una classe medio-borghese illuminata, che con Vincenzo Navarro - 1800/1867 - trova l'animatore più qualificato essendo ad un tempo medico, letterato, poeta e patriota.

Tratto dal Sito del Comune di Sambuca di Sicilia (AG)

June 01

Le mie origini pugliesi San Cassiano (LE)

 San Cassiano (LE) 

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Se ancora consideriamo storicamente attendibili le ipotesi e le teorie di eminenti studiosi, quali l’Arditi, il Maggiulli, il Tasselli ed altri, e non indaghiamo invece fonti archivistiche, architettoniche e topografiche, resteremo nelle tenebre delle leggende secondo cui, come scrive l’Arditi, la nascita del paese risale ai primi anni del decimo secolo (intorno al Mille) quando gli scampati alla distruzione di Muro ad opera dei Saraceni si sparpagliarono nel territorio circostante fondando ben cinque casali: Morigeno, Palmariggi, Giuggianello, Sanarica e San Cassiano.
Leggendo attentamente la storia di quel periodo, possiamo avanzare due ipotesi: al tempo dell’attacco saraceno (ammesso che ci sia stato), il nostro casale o preesisteva o non c’era. Sono per la seconda ipotesi e spiego il perché.

San Cassiano algi inizi del 1900

Dalle “Cronache” dello storico Protospada il casale compare nel 1031 e il Ferrari,che lo chiama “Il casolare di piccole terre frutticole”, afferma che fu aggregato nel 1058 dal normanno Tancredi d’Altavilla alla contea di Lecce, istituitasi nel 1055. A questo punto andiamo per ordine, e chiediamoci: chi governava a quel tempo il Salento (intorno al 1000)? La storia risponde:l’lmpero d’Oriente! I Bizantini! Infatti prima dell’arrivo dei Normanni nei 1019, il Salento era governato da un Catapanan o governatore dell’impero con il compito di tassare mensilmente un terzo delle entrate dei feudi salentini per l’erario di Bisanzio; ma il governo del Catapanan non dava alcuna sicurezza contro gli assalti dei Saraceni e le città marittime: Lecce, Otranto e Castro non erano in grado di rintuzzare gli attacchi della Mezzaluna.

Il Salento si presentava in larga parte selvaggio: in parte boschivo, in parte con terre coltivabili popolate da minuscoli villaggi (i casali appunto) o da borghi fortificati (i Castra), pertanto i prodotti erano scarsi, a volte venivano nascosti per paura dei saccheggi e delle deportazioni, e le tasse erano tante e troppe, sicchè alle plebi rurali l’impero d’Oriente appariva come l’incubo delle tassazioni, senza neanche la ricompensa di difendere militarmente le proprie terre dal terrore dei massacri saraceni. E in quest’ottica si inserisce l’assedio di Muro. Fu questa la goccia che fece traboccare il vaso e che segnò il crollo dell’ingerenza bizantina nel Salento.

Correva l’anno 924 d.C. quando Romano Lecapéno, imperatore di Costantinopoli, succeduto da usurpatore a Basilio I della dinastia dei Macedoni, ordinò una dura repressione nell’italia Meridionale.

San Cassiano agli inizi del 1900

La causa fu: la ribellione dei grandi feudatari pugliesi e calabresi che non vollero più essere sottoposti alla politica fiscale di Bisanzio. Nonostante la Chiesa fosse ortodossa, governata da prelati greci e da cinque vescovati in terra d’Otranto, tutti dipendenti dal metropolita di Otranto, si ebbe ugualmente la sollevazione corale delle baronie feudali, forti anche del progetto di dare al regno d’Italia un re nella figura di Berengario II, marchese d’Ivrea; e ciò difatti avvenne nel 950, ma fu di breve durata, poiché nel 951 Ottone I di Germania, per ragioni dinastiche, si fa proclamare re d’Italia. Finiva così il sogno d’indipendenza dalla tirannide bizantina e la costituzione di un nuovo stato sulle basi di una politica autonoma e decisionale. Quando ormai tutto sembrava irrimediabilmente perduto e per di più a causa di una politica fiscale più severa del Lecapéno nei confronti dei casali immiseriti del Salento, ecco arrivare la salvezza: il Concilio di Melfi fra Papa Niccolò II e il normanno Roberto il Cuiscardo, per il quale il capo normanno ottenne dal pontefice l’investitura del ducato di Calabria e di Puglia e il pontefice ricevette l’atto di vassallaggio e la promessa di un aiuto militare. Roberto a sua volta investì del feudo di Lecce Tancredi D’Altavilla che con abili mosse militari ricacciò il governo bizantino, fissò una linea difensiva lungo le coste salentine con una serie di torri d’avvistamento nell’eventualità di attacchi saraceni ed istituì nel 1055 la Contea di Lecce a cui vennero annessi nel 1058 tutti i casali del Mezzogiorno Salentino. Da ciò deduco che intorno al 1033 è da collocarsi l’origine del nostro Casale; d’altra parte non credo che, quando avvenne il saccheggio di Muro, gli scampati si preoccupassero di costruire villaggi a due passi dalla catastrofe e con i Saraceni alle porte. Più logico è ipotizzare che i sancassianesi, come i nocigliesi, si dettero alla macchia rifugiandosi nel leggendario Bosco Belvedere in attesa di tempi migliori. Questo bel bosco era un immenso latifondo boschivo disteso in quella zona comprendente gli attuali comuni di Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Supersano, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia.

E i tempi migliori vennero, e a portarli furono i Basiliani dell’ordine monastico greco-orientale che rispettava le regole di San Basilio.

Perché vennero da noi? Bisogna andare indietro nel tempo quando l’imperatore d’Oriente Leone III Isaurico, venuto al trono nel 717, promulgò un editto con il quale si proibiva il culto delle immagini sacre nelle chiese cristiane, tanto da guadagnarsi l’appellativo di iconoclasta (dal greco eikòn–immagine, klaò–sprezzo, quindi dispregiatore di immagini). Il provvedimento “Suis opihus ecclesia denudare” (spogliare le chiese dalle loro opere) era apparentemente un tentativo di introdurre la religione islamica; ma quello che si voleva non era che si cessasse la venerazione del contadino analfabeta per la figura del Cristo dipinto sul muro, ciò a cui si mirava erano gli ori preziosi, i fini metalli, le copertine degli evangeliari decorate con pietre pregiate. Le casse imperiali facevano acqua e l’imperatore non vedeva altro mezzo che quello di appropriarsi con la forza dell’oro delle Chiese. Si ebbe così una migrazione monastica che vide uniti pellegrini, mercanti e gruppi etnici orientali che volevano sfuggire alle persecuzioni religiose o che speravano in una vita più tranquilla rispetto alle loro terre d’origine. Date le diverse tradizioni e le diverse abitudini questa gente, affratellandosi con quelle autoctone dei casali, si collocarono in zone diverse dello stesso casale. Il nostro casale fu diviso, così, in Vico La Greca (ovvero la zona della gente greca) e Fosso (ovvero la zona della gente autoctona). E fu il Fosso il primo insediamento rurale, ubicato nella parte alta del territorio e da cui si accedeva, tramite un arco d’ingresso, al fossato (da cui Fosso) della attuale piazza, allora vigneto. A poca distanza sorse la cripta detta poi della “Madonna della Consolazione”, una piccola chiesa sotterranea ricca di affreschi. Intorno ad essa ruotava l’economia agricola e l’attività artigianale del casale a cui poi fu dato il nome di San Cassiano.

Direbbe il Manzoni: Chi era costui? I documenti agiografi su Cassiano non indicano né il luogo di nascita, né l’epoca del martirio. Nel testo di un anonimo del XII sec. dal titolo “Vita et gesta Sancti Cassiani”, Cassiano è ricordato come primo vescovo di Sabiona; esiliato dai pagani ad Imola, dove fu costretto a fare il maestro di scuola, subì il martirio trafitto dagli stili che gli allievi usavano per scrivere su tavolette di cera e fu ucciso dagli stessi allievi per essersi rifiutato di adorare gli idoli pagani.

Dal “Martiriologico” del domenicano Bartolomeo di Trento (morto nel 1251 circa) si apprende che Cassiano venne dalle Terre d’Oriente nelle Puglie all’inizio del V sec. e fece poi sosta ad Imola nel suo viaggio verso Roma. Da ciò si deduce che intorno al 400 Cassiano sostò nel nostro casale dove fu venerato come maestro. Divenne vescovo di Imola e in una pala della Chiesa di Ratisbona in Germania dedicata a San Cassiano, questi è rappresentato con le vesti vescovili e con in mano un libro aperto, proprio come è raffigugrato nella statua attualmente posta all’ingresso del Comune e che all’origine era posizionata sull’arco d’ingresso a protezione popolare. La presenza monastica fu contrassegnata dall’albero della Palma che oggi campeggia sullo stemma civico a testimonianza della matrice etica orientale del nostro paese.

E qui mi fermo! lì resto è scritto sul mio libro di prossima pubblicazione: “San Cassiano tra storia arte e folcklore”, una preziosa eredità che lascio alle generazioni a venire, poiché, come dice il filosofo Benedetto Croce, “chi non conosce le proprie radici, non conosce la Storia”.

Vincenzo Abati

 

 

Tratto dal Sito del Comune di San Cassiano

March 31

I mendicanti

I Mendicanti

 

Ricordo i primi giorni del lontano 1987 quando  venuto nella grande Milano per lavoro, avendo vinto il mio primo concorso pubblico alle IPPABB. Mi resi subito conto che vivere in una gran città come Milano non era così semplice come  immaginavo.   Pensieri di una persona che non riusciva ad esprimere ed a realizzare le potenzialità creative nel suo paese natio.

 

Energie fortissime che si appesantivano e si ristagnavano fino a farmi scendere sempre più in basso senza via d’uscita.

 

La prima difficoltà fu quella di trovare casa. Costretto a separarmi dalla famiglia per un breve periodo di tempo, la mia vita divenne una specie d’inferno. Non sapevo cucinare, ma quello fu il minimo,  perché  per cucinare avevo bisogno di una casa con la cucina, che io non avevo. Allora  il posto più economico per mangiare, era “Mc Donalds” al centro di Milano. Mi feci una tessera che mi fruttava, ogni cinque amburgher, uno gratis. Da allora non ne mangio più  perché nauseato; però frequentando quei posti, mi resi conto della povertà che c’era nella grande Milano. Io venivo di un paese piuttosto ricco, e chi non lo era, faceva di tutto per non mostrare la povertà, a costo di firmare cambiali,  mangiare una volta al giorno, vestendo elegante e comprando la sua bella macchina da mettere in mostra.

 

Io conobbi a Milano la vera povertà! Non avevo quasi mai visto, al mio paese, persone che chiedevano l’elemosina, tranne nel periodo della festa padronale del paese. Scendevano i fieranti da Palermo e con loro portavano parenti e amici vestiti da straccioni che chiedevano l’elemosina, e spesso ci ripulivano auto ed appartamenti: erano finti poveri, piuttosto ladri.

 

 A Milano no, questi sono veramente poveri! Persone che hanno perso il lavoro, ho che hanno avuto lo sfratto e rimanevano a dormire nei dormitoi , se fortunati, altrimenti sotto le stelle.

 

A Milano si è poveri anche con un solo stipendio: qui ci sono i nuovi poveri, i poveri del duemila costretti a chiedere l’elemosina o ad andare a raccogliere la verdura e la frutta marce che nei mercati ortofrutticoli buttano via.

 

La mattina uscivo alle sei per andare a lavorare, e già la metropolitana, a quell’ora, era piena di barboni che chiedevano l’elemosina. Non abituato a queL genere di vita, solo a guardarli negli occhi l’imbarazzo era tantissimo, e quindi decise di dare mille lire al giorno a quei poveretti: duecento lire a testa finché non finivano.

 

Con il passare dei giorni, e il mio stipendio da fame, quelle mille lire diventarono prima cinquecento e poi duecento. Era quasi impossibile gestire quella situazione che si era venuta a creare.

 

Evitavo i poveri, con imbarazzo, per non incrociare il loro sguardo. Mi stavo abituando alla povertà? La mia coscienza era in rivolta e si aggrappava a qualsiasi appiglio pur di non ammettere, a se stessa, che non volevo dare più soldi a quella povera gente. Erano in tanti, in troppi, e anche se capivo che non era giusto che in una città ricca come Milano potessero esistere  quelle tristi realtà, mi sono dovuto convincere che io non ero nelle condizioni di fare qualcosa per loro. Dopo tanti anni, andando in giro per le vie e i quartieri di Milano, mi rendo conto che le cose non sono poi tanto cambiate. Anzi!

 

 Umberto Palermo

 

 

 

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Sogno nel cassetto

 

Sogno nel cassetto

La mentalità demolitrice dei politici locali inizia qualche anno prima del terremoto del gennaio 1968. Vedi il Calvario ristrutturato e ammodernato "non restaurato" per fare una pista da ballo estiva. Per chi ricorda era di una bellezza e una suggestione unica, sembrava che il tempo si fosse fermato, un panorama stupendo, la scalinata in pietra con i muretti di tufo ai lati, era chiuso da un'inferriata di ferro battuto per evitare l'accesso ai bambini, vista la pericolosità e l'abbandono in cui si veniva a trovare. I più piccoli eravamo terrorizzati dalle storie dei fantasmi di vecchi guerrieri caduti in battaglia per difendere la fortezza. Ho un ricordo vago della chiesa di San Giorgio e del suo bel portale, sacrificati per un "palazzo moderno". Noi bambini, andavamo a sbirciare dalle fessure del suo vecchio portone per cercare di intravedere dentro la chiesa quasi diroccata dall'incuria e dell'abbandono dell'uomo. Ricordo benissimo il convento di Santa Maria per tanti motivi, per noi famiglie medie rappresentava la povertà, nelle vecchie stanze del convento vivevano tante famiglie povere sfollate del dopoguerra. Nei cortili vi era un bellissimo chiostro, le cui colonne, per fortuna, sono state in parte recuperate e oggi fanno parte dell'arredo di una piazza nel trasferimento, le stanze a piano terra erano utilizzate a stalle per cavalli da monta, vi era un via vai di ragazzi che cercavano di entrare per vedere i cavalli. Il ricordo più vivo è il giorno della sua demolizione, decisione presa dal Consiglio Comunale dell'epoca per fare un campo sportivo al posto del piccolo cimitero che si trovava dietro al convento. Per noi ragazzi e a quei tempi eravamo in tantissimi una speranza, un sogno nel cassetto, forse un giorno poteva venir giù una grande squadra, e chi sa.
I "Luminari" del tempo non avevano calcolato il vento fortissimo della zona, che impediva di giocare anche nelle giornate meno ventose, ma il peggio era quando tiravi in porta, il pallone andava  a finire a Sangiusippuzzu, o, se eri più fortunato, verso il torrente "Rincione".
Finalmente avevamo un campo sportivo, queste cose erano secondarie; sapessi quanti palloni -a quei tempi rari- il fabbro del collegio ci aveva sequestrato o forati; oggi capisco e perdono. In quel periodo a Sambuca nascevano le squadre dei quartieri: " Cullegiu ", " Basulatu ", " 'Nfirmaria " ed altre, tanti futuri campioncini, almeno nei sogni. Si organizzavano campionati estivi, partite con trofei con altri comuni vicini, finalmente si respirava aria di vero calcio a Sambuca.
E venne il fatidico giorno, il tragico ed indimenticabile 15 gennaio del 1968. Il caos. Intere famiglie si trasferirono al nord, altre nelle campagne vicine. Il campo sportivo venne usato per mettere le tende canadesi e vi allestirono un campo militare per le famiglie che non sapevano dove andare a dormire e dove andare mangiare. In quei giorni a Sambuca arrivò di tutto, immaginarlo adesso sembra un film non di paura, ma un film tipo "I Miserabili", dove tutto era di tutti e chi poteva si accaparrava tutto, vergognosamente e senza dignità. Finita l'emergenza, la decisione dell'allora Consiglio Comunale dove mettere i prefabbricati, "i Luminari al lavoro". Come hanno fatto in fretta a demolire un monastero per fare il campo sportivo per avviare i giovani allo sport, con la stessa velocità hanno deciso di sistemare definitivamente i prefabbricati nella stessa area, lasciando un vuoto "calcistico" di due intere generazioni, non curandosi che fine avrebbero fatto i tanti giovani dell'epoca, la poca sensibilità dei politici nei confronti dei giovani

"HA FATTO RESTARE TANTI SOGNI NEL CASSETTO".

Umberto Palermo

 
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